2005
18
Nov

La Scuola del P(L)OF

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(Emilio Parresiade - Di Salvo Editore)

La scuola non è più quella dell’immaginario collettivo, di chi fu studente ed ora ha i capelli brizzolati o bianchi. Si dirà che tutto cambia ed è quindi naturale che anche la scuola si modelli sui tempi nuovi. Ma alcuni aspetti costitutivi dell’insegnamento dovrebbero permanere nel mutamento: il maestro che fa lezione, lo studente che studia e che viene valutato di conseguenza. Oggi non è più così. La scuola non è nemmeno, come si denunciava una volta, un parcheggio: i giovani la disertano. L’assenteismo raggiunge percentuali spaventose. I programmi sono sempre più striminziti e semplificati fino alla banalità, la socializzazione primeggia sulla cultura, i professori sono disorientati e impauriti. Dai genitori, dai tribunali amministrativi, dalla stampa che li processa se bocciano, pardon, se non promuovono qualche estremo fannullone assenteista. I voti, al contrario, volano, si impennano. La corsa ai cento vuole che ogni classe se ne possa fregiare più dell’altra. Si sfornano somari coccolati e gratificati. Questa è la scuola di massa, per tutti e per nessuno, a cui hanno posto mano in sostanziale sintonia Berlinguer e Moratti.

Il ministero fa del trionfalismo esaltando il crescente numero dei diplomati, mentre persino l’India ci surclassa per l’eccellenza dei suoi ingegneri e informatici. Preoccupa che i docenti abbiano accettato il didatticume mieloso che va per la maggiore che vuole che la scuola assicuri nientemeno il successo scolastico erga omnes, come se l’insegnante possa perpetuare il miracolo della polilalia che persino lo spirito santo operò una e una sola volta.

Ma la misura deve essere colma se negli ultimi tempi vedono la luce libri e pamphlet che denunciano con ironia o con sdegno e rabbia la realtà dell’istruzione. Dopo “Segmenti e bastoncini” di Lucio Russo e “La scuola raccontata al mio cane” di Paola Mastrocola, un libretto graffiante ed amaro “La scuola del P(L)OF” - Michele Di Salvo, editore, Napoli - di Emilio Parresiade, pseudonimo di un insegnante di scuola superiore, come si legge nella quarta di copertina, “miracolosamente scampato, tra molti traumi, alla lobotomizzazione che il ministero della pubblica istruzione ha invece sperimentato con successo sul cervello di una parte dei suoi colleghi”. L’autore con affilato, dissacrante, liberatorio spirito critico dileggia i totem ideologici della nuova scuola, denunciando la morte dell’intelligenza nella pedagogia imperante.

“Il sogno dell’autonomia genera mostri”, quali le strategie pubblicitarie con offerte seduttive per l’utenza, dove c’è di tutto e di più, fino alla “pioggia delle promozioni di massa”: “ la promozione è come un sorriso, un saluto, una sigaretta, una donnina al bordo della strada: non si nega a nessuno”. La proliferazione di commissioni di insegnanti “logorroiche, chiacchierologiche e inconcludenti” per il POF, la programmazione didattica, la qualità, i viaggi, la sicurezza, i trasporti, la mensa, ecc. produce un’ “insensibile mutazione cromosomica negli insegnanti“, che “ a forza di frequentare commissioni non sentono più il bisogno, oltre che il dovere, di aprire una pagina di libro, di ascoltare una conferenza, di preparare una lezione. In compenso: i peggiori fra di loro, nati per fare i fornai, le massaie, o i mercanti, riscoprono nelle commissioni, il loro antico demone, il fuoco dell’antica e sopita vocazione e mandano in malora tutto il resto.” Mentre “l’insegnante della vecchia scuola teneva sul comodino e nella borsa: Virgilio, Dante, Shakespeare, Einstein, Heidegger, quelli della nuova scuola la copia del Pof, l’ultimo sondaggio di gradimento studentesco della mensa, la circolare ministeriale sulla dispersione, l’ordinananza sul riordino dei cicli, la lista delle agenzie di viaggio per le gite scolastiche”. L’accoglienza si articola in “caramellosi incontri con i genitori, idealizzate autorappresentazioni del dirigente e degli insegnanti, eventuale agiografia dell’istituto affidata alla complice retorica celebrativa di qualche veterano secchione”. La strombazzata “didattica breve” pretende di insegnare “la storia romana in tre lezioni e la trigonometria in cinque unità di dieci minuti ciascuna”. I teorici di questa didattica demenziale “credono fermamente che il tempo sia un’opinione ed il cervello umano un CDRom, o la borsa di Mary Poppins. Pranzare sette volte la settimana equivale, per loro, ad ingurgitare in un solo pranzo il cibo di sette giorni”. Il credito formativo: “ Nelle bottegucce di una volta si esponevano, con irritante evidenza, cartelli funebri annuncianti la scomparsa lacrimata e irrimediabile del credito. Nel supermercato della nuova scuola si offrono ad ogni singolo, in cambio di benemerite attività esterne, crediti di ogni tipo da riscuotere allegramente alla cassa del nuovo esame di stato. Esempi: un corso di aerobica vale 0,3 centesimi; qualche lezione di piffero: 0.5; vigilanza di mocciosi all’oratorio parrocchiale: 0,8. E via accreditando. I pochi che passano il tempo a studiare rinunciando a palestre, orchestre, centri danza ed oratori, devono affidarsi alla banca, anch’essa generosa, del credito scolastico. [...] Mentre le segreterie si riempiono di valanghe di attestati [...]”. L’esilarante trovata del debito scolastico di donofriana memoria, secondo la quale le insufficienze diventano per magia del consiglio di classe sufficienze, purchè rosse: “un prestito a fondo perduto [...]: si possono allegramente scegliere ogni anno due o tre materie da non studiare con la quasi matematica certezza di essere promossi grazie al trucco della sufficienza insufficiente. Così la scuola prepara alla vita: il debito paga sempre, il debitore non paga mai”.

L’orientamento diviene “salvifica parola d’ordine in un mondo che ha perso la bussola. La nuova scuola non valuta, non giudica, non seleziona: orienta. Non dice onestamente: hai sbagliato strada, torna indietro, va’ da quell’altra parte. Costruisce bretelle, cavalcavia, sottopassaggi, scorciatoie, passaggi e aggiramenti vari: con grande generosità dissipatrice di soldi e di energie (leggi: IDEI, attività aggiuntive, integrative, ecc.)”.

“La scuola del P(L)OF”, un sulfureo dizionario alfabetico delle strampalate primizie delle riforme berliguermorattiane, non si presta ad una frettolosa sintesi, ma va gustato, con indignazione crescente, voce per voce, disperando però che possa servire a favorire la resipiscenza di qualcuno. L’autore ne è lucidamente consapevole. Dichiara, infatti, che il suo pamphlet è solo “una stupefatta testimonianza del nuovo che avanza” o tutt’al più uno suo “smascheramento”, anche ”a nome dei molti, muti colleghi che [... ] subiscono fracchianamente”. Rimossa la cortina fumogena della didattica alla moda, Emilio Parresiade disvela che la nuova istituzione scolastica non è erede nè del liceo gentiliano nè della sperimentazione donmilaniana, ma di quell’istituzione, “ormai innominabile e da tempo abolita, per la sua disumanità, dalla legge Basaglia”.

 
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