2005
20
Ott

Le eruzioni dell'eros e del male

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(Francesco Currà - Fratelli Frilli)

 

 

“L’aggiunta copulativa del male al titolo c’avvisa che non solo d’eros si tratta”, ha detto competentemente Stefano Verdino; riferendosi al libro. La poesia erotica di Currà è proposta come “poesie più godibili di un romanzo” (questo invece lo si legge nel sottotitolo dell’opera). Il corpo, tutto il corpo, e il desiderio diventano poesia estrema. Dichiarazioni impudiche e sfrontatezze. Concetti, e versi dunque, privi dei loro freni inibitori. Sempre Verdino ha ammesso che le parole di Francesco Currà presentano l’eros nella sua nuda e cruda genialità. Scorrendo le dita nella poesia, la conferma arriva in tutta la sua pienezza. I testi in questione anticipano, addirittura, i più noti Medicamenta della poetessa Patrizia Valduga. Infatti, l’autore l’ha scritti fra il 1965 e il 1968, quando era circa un ventenne, e faceva il soldato a Palermo. L’autore calabrese (nato a Lamezia Terme CZ, attualmente vive Genova) l’ha creati nel suo sud e nella sua giovinezza, quindi. I versi per oltre trent’anni sono rimasti inediti e solamente nel 2003 furono rivisti e ordinati per la pubblicazione attuale. E gli anni giovani, come la brama del corpo, sono presenti in quasi tutte le composizioni. Se si potesse dividere l’opera in due parti, si potrebbe dire che la prima vive una personificazione del corpo; umano s’intende. In particolare, in persone e soggetti autonome si trasformano alcune parti del corpo umano maschile e femminile. Soprattutto, gli angoli che più vivono il rapporto con l’amore fisico. Ovvero gli organi riproduttivi. “Scambiamoci le braci: / così sotto la fresca / coperta della notte / noi metteremo il buio a fuoco e fiamme.” S’apprende da Dinamiche amorose, una delle poesie maggiormente desiderose di Currà, che a volte pare poeta voluttuoso e in continua ricerca del piacere. Quando non ne narra i suoi contenuti e le sue forme. Gli endecasillabi sono scelti quale metro privilegiato per l’espressione e il tema trattato riceve i doni di questa scelta. “Fammi adorare l’osso e l’intestino, / i seni e i nodi dalla nuca al coccige” canta l’autore in uno dei passaggi meglio riusciti. Oppure “Lampi sanguigni presto esploderanno” annuncia enfaticamente. Ma, come si diceva all’inizio, c’è spazio per altro. “Il buio è un attributo della luce / è non l’antagonista”, si legge ad esempio in Conflitti. A testimonianza d’un attenzione agli sprazzi aforistici. “come una cagna fertile e in calore / tenacemente in lotta col guinzaglio, / oggi la mia coscienza / mi segue, mi sorpassa e mi trascina.” Si coglie ancora, approfittando dell’esposizione del dissidio interiore, che arriva da un certo Baudelaire, toccato da metafore che sanno d’altri luoghi, però. “Il segno dei tuoi denti…nient’altro rimane.” Si legge, invece, in un altro punto affascinante del volume.  “Da quando sono nato / ingravido la morte / per germinare i vermi / che mi divoreranno.” In questo caso la vicinanza è più col poeta Angel Uribe e la sua visione della vita e della morte. Il retroterra al quale si può guardare, dunque, leggendo Currà, è vasto. E molte sono le liriche meritevoli d’essere ricordate.

 
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