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2005
9
Lug

Patrick Karlsen

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Patrick Karlsen, un autore eclettico: storico, critico, poeta. Parlaci di te, della tua esperienza letteraria. Come ti sei avvicinato alla scrittura e quando?
Le prime imbrattature di carta risalgono alla pubertà. Comuni esigenze di sfogo: scrittura come valvola. Da allora, non ho imparato a suonare alcuno strumento; mai impegnato seriamente nel disegno e nella pittura; l’unica forma di espressione è rimasta la scrittura. Cerco di narrare anche quando scrivo di storia.

Genovese di nascita, triestino di adozione. Saba scrive di Trieste "Ha una scontrosa grazia […] intorno circola ad ogni cosa/un’aria strana, un’aria tormentosa […] La mia città che in ogni parte è viva…". Tu definisci Trieste "sonnolenta e scondita, aggrottata dai rimorsi". Cosa rappresenta per te questa città di confine, alla quale spesso ti riferisci nelle tue poesie?
La mia mente è scolpita da Trieste, quasi tutta. È un mistero coperto di innumerevoli, a volte ingannevoli veli. Per vivere deve vivere tragicamente, quindi soffrire. Cercare di superare le sue contraddizioni (ai primi del Novecento si diceva: Adriatico e Carso, italiani e sloveni, commercio e letteratura, economia e nazione) solo per esaltarle, farle convivere in fibrillazione. Abbastanza naturale che sia stata fecondo humus di arte. Oggi tutto questo non esiste più; o esiste in minima parte: persiste qualcosa di vitale, a cercar a fondo: ma non so se siano germi di un possibile risveglio (le eterne promesse di Trieste…) o le ultime braci agonizzanti del tempo perduto. Per divertirsi davvero, comunque, bisogna accompagnarsi ai morti: calarsi nel passato e nella sua letteratura (non tanto Svevo e Saba, ma Slataper e Stuparich), per ritrovarne la grandezza. Oggi un’arte specificatamente triestina (meglio: giuliano-dalmata, fin che avrà senso questa categoria - ancora per poco, pochissimo) può nascere solo come esperienza di ricordo.

Cosa è per te la poesia?
Quasi sempre un surrogato di narrazioni più ampie che finora ho lasciato scorrere via.

Si chiedeva Montale nel 1975 "È ancora possibile la poesia? In un mondo nel quale […] l’arte, ormai diventata bene di consumo, ha perso la sua essenza primaria?" Domanda di certo ancora attuale. Qual è la tua opinione in proposito? Che ruolo può avere un poeta, uno scrittore nella società contemporanea?
L’unico ruolo serio può essere: preparare la rivoluzione culturale (l’espressione è di G. Franchi). Colmare il vuoto etico e di valori della società del consumo: della televisione e della tecnologia. Che crea miseria intellettuale e solitudine nichilista: regressione alla barbarie. Restituire senso alla parola civiltà: è l’urgenza che sta dietro anche alle parole di Montale che hai citato. Un’impresa immane, certo, disperante tanto sembra irrealizzabile. Ma ad Atlantide non resta molto altro: o si riforma o s’inabissa.

L’esigenza di verità è fondamentale per l’uomo, per l’uomo contemporaneo in particolare: la poesia può (meglio della storia) avvicinare alla verità?
Se per verità intendi verità dello spirito, certo. Tant’è che una storiografia che voglia restituire la verità di un dato tempo, in modo quanto più completo, non può fare a meno - a mio parere - di avvalersi dell’arte come fonte.

Da anni collabori con il portare di cultura Lankelot: come sei entrato in contatto con la realtà di Lankelot? Cosa rimane di questa esperienza?
Lankelot l’ho visto nascere: una sera d’estate di anni fa, proprio davanti a me. Quando ha preso concreta forma, il fondatore G. Franchi mi ha subito invitato a collaborare. È presto per dire che cosa rimane: la strada è ancora tutta da fare, spero.

Primo autore edito dalla casa editrice del Catalogo: responsabilità e difficoltà del "pioniere".
Cerco solo di fare del mio meglio per meritarmi il regalo che M. Fressura e G. Franchi, soci e fondatori del Catalogo, hanno deciso di farmi.

Nel mondo degli esordienti, in Italia, è difficile emergere. Quali sono, secondo la tua esperienza, le attuali condizioni del mercato editoriale italiano?
Lettori zero; forte persistenza di conventicole esclusive e nepotismi; tendenza al monopolismo; schiavitù verso le logiche di mercato; influenza del modello televisivo. Se per editoria intendiamo il ramo della produzione che si occupa della promozione e diffusione di progetti culturali, l’editoria italiana sta semplicemente scomparendo.

Un nome che a tuo avviso vale la pena ricordare, nel panorama poetico italiano.
Leggo con piacere Giovanni Giudici.

Parliamo del tuo libro di poesie e prose poetiche. "Postnovecento" è un titolo suggestivo. Cosa significa?
Rispecchia sostanzialmente la mia difficoltà a definire il tempo che sto vivendo; e insieme, la percezione che si sia verificato - si stia verificando - un mutamento epocale rispetto al recente passato. Nei costumi, nelle relazioni, nelle interfacce dell’operare quotidiano: nei fondamenti stessi della civiltà per come la s’intendeva ancora nel Novecento, seppure fra gli evidenti segni del suo crollo in atto. Ti ricordi Pasolini quando parlava del consumismo come modello di società ancora più fascista del fascismo stesso? Intendendo: più pervasiva, più incline all’assopimento e al controllo delle coscienze; e ancora, quando parlava di "mutazione antropologica"? Molti degli scritti di Postnovecento li ho composti sull’onda di questi temi.

Cosa rimpiange maggiormente un giovane contemporaneo del secolo appena trascorso? Come artista, come uomo.
L’idea del progresso che stava a fondamento dell’agire dei gruppi come dei singoli. Un’idea che ha resistito persino ad Auschwitz e a Hiroshima; che nel secondo dopoguerra sfidava l’incubo nucleare della guerra fredda, sollecitando contestazioni e stimolando visioni in molti dei nostri genitori: di un mondo perfettibile, di un futuro più giusto, di un’umanità liberata. In Occidente molti pensavano che il comunismo la potesse difendere: mentre in Urss, in Cina, in Cambogia la faceva a pezzi. Il Gulag ha inghiottito - oltre a milioni di innocenti - anche quest’ultima speranza di liberazione terrena. Considera che viviamo in una società secolarizzata, dove i più - mi pare - stentano ad aver fede in una prospettiva di liberazione religiosa, voluta da Dio. Insomma, nel postnovecento non crediamo più in alcuna promessa di riscatto. In compenso, vogliono farci credere che esportiamo la democrazia. Il nostro è il tempo del vero nichilismo.

Le tue poesie, critica profonda della società contemporanea, auspicano un ritorno dell’uomo a una dimensione più umana, in contrasto con i (falsi) miti dell’occidente di oggi. Qual è il male maggiore della nostra società?
Oddio, non sono un oracolo. Posso dirti una delle cose che a me spaventano di più: la sovrapposizione acquisita dei termini "benessere" e "materiale".

La tua poetica è stata definita la poetica de "l’immortalità nel gesto minimo". In cosa consiste?
Forse chi l’ha usata ha visto espressa nei miei scritti l’esigenza di una ricerca di umanità nelle cose apparentemente piccole, nei gesti quotidiani: e ritiene che tornare a essere "uomini" e "donne" sia oggi una conquista eroica, meritevole d’immortalità.

Come altri autori, spesso ti riferisci al mito dell’infanzia, della giovinezza, di contro alla sterilità, alla aridità e alla vecchiaia del presente. Cosa rappresentano queste tematiche?
Condensano un po’ alcune delle cose cui ho accennato in precedenza. Il mio parere è che viviamo in una civiltà al tramonto, vecchia, e sterile perché incapace di imporre ideali e progetti di miglioramento complessivo, di pensare se stessa in equilibrio col mondo. Claudio Magris, in altro contesto, ha adoperato un’immagine bellissima: strappare al tramonto le luci e i bagliori di una nuova aurora. Speriamo di riuscirci.

"Monoliti orizzontali: l’eclissi". In questa prosa si sogna di un’eclissi che oscuri il presente e permetta all’uomo una discesa nell’interiorità, che non è fuga dalla realtà, ma momento di passaggio necessario per rigenerarsi e potere ritornare all’impegno civile ed etico (che rimane imprescindibile per definirsi uomini) una volta riacquistati l’entusiamo e la forza dell’infanzia. Utopia o mondo possibile?
Ripeto: speriamo di riuscirci. ;) Se ti può interessare, comunque, hai colto perfettamente quello che intendevo esprimere in quel testo. Grazie.

Nel tuo libro, molto decisa (e contro tendenza) è la critica alla tecnologia, alle macchine. Quale la funzione di Internet, dei nuovi media? Possono essere un trampolino di lancio per gli esordienti, un valido strumento per dare visibilità ad autori poco conosciuti?
Dare visibilità e saltare i tradizionali canali di promozione di un’opera e di un autore, assolutamente sì: è proprio quello che stai facendo tu con me in questa intervista. Non credo invece che Internet possa sostituire i classici supporti dell’espressione letteraria. In Internet si guarda o si legge? È più immagine o più parola?

Il ruolo delle figure femminili nella tua poesia.
Che barba: parliamo del loro ruolo nella mia vita. ;) Diciamo così: nella poesia come nella vita cerco l’ascolto delle donne. Intendo un tipo di ascolto profondo. Intorno alle donne si gioca molto della sopravvivenza della nostra cultura. Tendere alla liberazione della donna è lo sforzo più commovente che l’Occidente abbia compiuto. Credo, spero, che nelle cose che scrivo si sentano gli echi di questa mia opinione.

La critica postmoderna assegna un ruolo attivo al lettore nel realizzare il destino dell’opera letteraria. Che destinatario hai in mente quando scrivi?
In genere, quando scrivo non ho in mente nessuno. Ti confesso che non mi sono mai posto il problema in questi termini.

Osservatore attento delle dinamiche del mondo che ci circonda, ma anche artista dotato di grande sensibilità poetica. Come nascono le tue poesie? Da quali circostanze, occasioni?
Nascono semplicemente come rimbalzi di forti impatti emotivi. E poi, mentirei se negassi all’alcol una qualche importanza come fattore scatenante… in alcuni casi!

Nel tuo libro tradizione e innovazione si fondono in un tutt’uno senza dubbio originale: versi che sfiorano la prosa e prosa, che per intensità, sfiora la lirica; tensione espressiva; andamento narrativo-descrittivo e argomenti che riflettono i più comuni vissuti quotidiani, ma la scrittura è ricercata, colta, curata, studiata. Quali sono i tuoi modelli letterari?
Per quanto riguarda la prosa, cerco di adeguare il mio stile a una lingua letteraria di cui si trovano splendidi esempi in alcuni scrittori della mia terra adottiva. Ci tengo a fare un nome in particolare, perché si tratta di un autore volgarmente ignorato, che a mio parere ha dato molto alla letteratura italiana senza ricevere in cambio ciò che si merita: Renzo Rosso. Per la poesia, posso dire che nei confronti di Eliot mi sento come un lillipuziano in adorazione di Gulliver.

Quale consiglio daresti a un poeta esordiente?
Di mandare al più presto i suoi manoscritti alle Edizioni del Catalogo. Non è detto che trovi la pubblicazione: ma almeno considerazione, sì.

Qualche anticipazione sui tuoi progetti futuri.
Vorrei scrivere un romanzo ambientato a Trieste nel 1945. E campare avanti facendo ricerca.

Grazie per avere accettato questa intervista e in bocca al lupo per la tua attività.
Grazie a te, Stefania, per avermela proposta e per aver rivolto la tua intelligenza al mio libro.

 
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:: Stefania Gentile
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